Un libro sul fenomeno del brigantaggio meridionale nel periodo post-unitario. Si tratta della nuova pubblicazione dell’autore Angelo Lacerenza, pubblicato da Tipografia Pisani Teodosio Editore, e intitolato “Il brigantaggio meridionale dopo l’Unità d'Italia. Tra storiografia, identizzazione e mitizzazione”.
Il volume è stato presentato Giovedì 15 Giugno presso il Polo Bibliotecario di Potenza, alla presenza del Direttore del Polo, Lugi Catalani, il prof. di Storia Contemporanea dell’Università Degli Studi della Basilicata, Donato Verrastro, il prof. di Storia Moderna della Federico II di Napoli, Domenico Cecere e il docente Antonio D’Andria, del Liceo Rosa Gianturco di Potenza. Presente, infine, come moderatrice dell’incontro la dott.ssa Magistrale in Storia e Civiltà europee, Valeria Capobianco.
Il testo dello storico Lacerenza ha un taglio divulgativo che parte da come viene affrontato oggi nelle scuole il tema del brigantaggio, che, lungi da interpretazioni semplicistiche, necessita di approfondimenti in grado di farci comprendere se i suoi protagonisti, spesso etichettati come bande di malfattori siano stati briganti, lazzaroni, uomini di libertà, e bande di irregolari, eroi o veri e propri rivoluzionari”
Il prof. Cecere ha evidenziato come “il testo da un lato analizza dal punto di vista storiografico un processo storico dalle precise connotazioni geografiche e storiche, che comprende il quinquennio successivo all’Unità di Italia tra il 1860-61 e il 1864-65; dall’altro si inserisce nel dibattito pubblico, soffermandosi sull’uso e l’abuso che si è fatto di questo fenomeno storico e della sua memoria a partire dalla fine del 900’, per finalità politiche o di promozione turistico-territoriale. Ciò avviene attraverso una decostruzione dei miti e delle leggende fiorite attorno al mondo dei briganti e al brigantaggio, finendo con il distorcere il senso del processo di unificazione e sue conseguenze".
Lacerenza- nel suo testo parla spesso “di rivincita del brigantaggio avutasi con la rivalutazione della seconda età borbonico. Tra i tanti temi toccati nelle 134 pagine, oltre al brigantaggio postunitario, che è il vero oggetto di indagine dello studio, vi è la ricostruzione del banditismo preunitario, a partire dalla legislazione di epoca romana che è alla base anche delle istituzioni e dei modelli mentali di epoca moderna. L’autore si sofferma sul radicamento nelle campagne meridionali e le plurisecolari lotte tra contadini e proprietari feudali (spesso i baroni), dall’età normanna sino ai primi anni dell’800. Emerge come tale conflittualità generalizzata sia la spia di contrasti aspri, complessi e indecifrabili dal punto di vista sociale che riguardano famiglie, fazioni, reti clientelari, eminenti cittadini non nobili del Comune e che ha come oggetto l’uso delle risorse agricole e forestali, i pascoli, i confini tra i campi, i diritti d’uso sulla terra, principale fonte di sopravvivenza e/o ricchezza.
La crisi del sistema feudale, favorita dall’appoggio Carlo di Borbone e Ferdinando IV alle rivolte contadine determina un inasprimento dei conflitti, minando quei labili confini che nei secoli, pur se tra interruzioni, avevano garantito la coesione sociale e la tenuta dello stesso sistema feudale”.Gli eventi successivi alla rivoluzione del 1799 comportano forme di dominio maggiori rispetto al passato e hanno come protagonista i notabili, che spesso adoperano la violenza delle bande armate.
“Il brigantaggio è una forma particolare del banditismo meridionale, che seppur connaturato a tutte le società agricole, non è un fenomeno identico a sé stesso nel corso dei secoli, ma la cui natura cambia a seconda dei rapporti di forza nelle campagne e dei contesti in cui esso emerge. Il bandito Marco Sciarra verso la fine del 500’ si muove tra Abruzzo e il Lazio e difende i poveri contadini vessati dalla Chiesa, dai feudatari e dagli usurai. Nel 600’ il banditismo è invece strumento dell’oppressione signorile (la figura dei bravi manzoniani), mentre- si pensi alla celebre Rivolta di Masaniello del 1647- in altri casi si assiste ad una strage degli stessi banditi al servizio dei signori. Proseguendo, verso la fine del 600’ i Vicerè spagnoli condussero una durissima repressione del banditismo al servizio dei signori, paragonabile agli anni Sessanta dell’800’, quando furono introdotti dallo Stato nuovi elementi di repressione di un fenomeno considerato espressione di criminalità. Infine, il banditismo è stato anche espressione della controrivoluzione borbonica dapprima contro la repubblica, in seguito contro i napoleonidi, nel quindicennio tra il 1799 ed il 1815, e quindi ha avuto una coloritura politica”.
Nel suo testo Lacerenza delinea “il bandito come una figura misteriosa di cui spesso vengono spesso e impropriamente esaltate le gesta, e trasfigurati in eroi, dal fortissimo potenziale mitopoietico, ossia collocati su narrazioni idealizzate che si pongono al di fuori dell’autentica dimensione storica di appartenenza”.
Il libro di Lacerenza è suddiviso in tre capitoli: al primo, dedicato ad analisi e riflessioni sul fenomeno del brigantaggio post-unitario, segue uno dedicato all'icona del brigante eroe nell'immaginario collettivo del Mezzogiorno d'Italia, dove tra le altre cose si parla del paradigma del brigante gentiluomo, il mito della Borbonia felix e Angiolillo come prototipo del "brigante buono". Il terzo ed ultimo capitolo è rivolto ad alcune protagoniste femminili del brigantaggio tra Campania, Calabria e Basilicata e le brigantesse nel mito letterario, in particolare nella novella di Verga "L'amante di Gramigna" e la brigantessa Maria Monaco, descritta nella raccolta di novelle dello scrittore verista calabrese Nicola Misasi








